domenica 3 febbraio 2013

Fabrizio Battistelli - IMMIGRATI E SICUREZZA

Vi proponiamo di seguito il bel saggio del Prof. Fabrizio Battistelli, 1° classificato della Sezione Saggistica.
Al Prof. Battistelli i nostri più vivi complimenti.

Motivazione del Premio



Il Professo Battistelli ha onorato il Premio con questo bel saggio sulla sicurezza, lucido, razionale e mosso da passione civile. Per prima cosa smonta, ma senza banalizzazioni e sottovalutazioni, il teorema della “insicurezza” su cui tanto hanno speculato alcune formazioni politiche.

Distingue tra insicurezza rilevata e insicurezza percepita per concludere infine che ogni politica tesa ad aumentare stabilmente il livello di sicurezza deve inserirsi in un contesto di walfare universalistico in cui  le  istituzioni perseguono il benessere e la coesione sociale di tutti coloro che si trovano sul loro territorio.


IMMIGRATI E SICUREZZA



TRA PARADOSSI DELLA PERCEZIONE, ALLARME DEI DEMAGOGHI E INTELLIGENZA DELLE ISTITUZIONI

  

1. Sicurezza/insicurezza tra retoriche e paradossi
 
     Il sentimento di insicurezza, questo ostinato compagno della condizione umana, non è mai stato così diffuso e così evocato come nella società nella quale esso ha (relativamente) meno ragione di esistere: la società contemporanea. Spingono a questo paradosso le logiche di azione di determinati attori e politici, guidati dal perseguimento delle rispettive funzioni-obiettivo: l'audience e il consenso. 

Paragonate alle società pre-moderne, nelle quali la vita degli esseri umani era scandita da inenarrabili traversie personali e flagelli collettivi (povertà, ignoranza, malattie individuali ed epidemiche, carestie, crimini, guerre), “qui e adesso” la società è relativamente sicura. Sicura ma non sine cura, come invece vorrebbe l'etimologia, proprio in un contesto socio-economico che è fuoruscito dallo condizione di penuria ed è, almeno in principio e nel complesso regolato dai principi dello Stato di diritto.

Paradossalmente, l’avvenuta soddisfazione dei bisogni primari della sicurezzasopravvivenza e della sicurezza-incolumità rende inaccettabile, per coloro che ne godono, anche solo l’ipotesi di un evento, attore o circostanza percepiti come capaci di metterla a repentaglio.

Il fatto che nell'opinione pubblica il sentimento di insicurezza venga esasperato dall’allarme propalato dai demagoghi politici e mediatici, non significa che esso non abbia alcun fondamento. In realtà il (relativo) ordine e benessere delle società occidentali, conseguito attraverso il lungo e travagliato processo dello sviluppo economico e democratico, non è dato una volta per tutte: esso è frutto di una concomitanza di fattori favorevoli ed è sfidato da altri fattori di segno opposto.
      Dal punto di vista sociale, la sicurezza conquistata dalle classi lavoratrici in un prolungato braccio di ferro con quelle proprietarie e sancita dalle garanzie e dalle provvidenze del Welfare, appare oggi a rischio a causa della ristrutturazione dei mercati industriali e finanziari integralmente globalizzati. Dal punto di vista strategico, analoghi attacchi alla sicurezza provengono da eventi di differenti proporzioni, interni ed esterni ai vari sistemi sociali. A partire dai banali ma frequenti atti di inciviltà della quotidianità urbana, passando per i delitti perpetrati dalla piccola e grande criminalità, fino alle drammatiche esplosioni della violenza bellica e/o terroristica. Queste ultime, in particolare, pur essendo fisicamente remote, risultano ben visibili in quanto sono non soltanto altamente mediatizzate, ma anche sperimentabili personalmente nelle misure di sicurezza che scandiscono determinate routine metropolitane (ad es. i controlli dei passeggeri negli aeroporti).

Il risultato provocato nella soggettività dei cittadini è l’insicurezza, nella duplice versione dell’insicurezza rilevata e di quella percepita.

Quanto all’insicurezza rilevata in un determinato ambito territoriale e temporale, essa può essere descritta sulla base di una serie di indicatori statistici, a cominciare da quelli relativi alla perpetrazione dei reati. Si tratta tuttavia di una questione che, per una serie di motivi tecnici e politici, è controversa come poche altre. A livello tecnico essa è complicata dalla aleatorietà delle misurazioni. A livello politico essa appare ancora più complicata per l'uso demagogico fattone in passaggi cruciali del discorso pubblico quali le campagne elettorali e i dibattiti televisivi, dove solitamente si scontrano la retorica dei pessimisti (“i reati aumentano”) e quella degli ottimisti (“i reati diminuiscono”), secondo logiche per lo più ispirate dall'appartenenza dell’intervenuto rispettivamente all'opposizione ovvero al governo, nazionale o locale che sia.

Nel corso di queste note ci concentriamo piuttosto sull’insicurezza percepita. Anche le implicazioni del concetto di “percezione” sono molte e di varia natura (sociale, psicologia, ideologica ecc.). Da un lato incombe l’eventualità che dare per acquisite le percezioni significhi legittimare queste ultime e le loro conseguenze, secondo il principio sociologico (Merton, 1993) della “profezia che si autoavvera”. Nello stesso tempo, se in un ambito sociale è diffusa una determinata rappresentazione della realtà, questo è già di per sé un dato con cui misurarsi, sulla base dell'altro principio sociologico (il cosiddetto teorema di Thomas dal nome del suo autore) in base al quale “se le persone definiscono una situazione come reale saranno reali i suoi effetti”.

Naturalmente le persone non sono tutte uguali e anche il massimo indicatore della percezione di insicurezza – cioè il timore di essere vittime di un reato – non è distribuito equamente tra i cittadini, nel senso che alcuni vi sono coinvolti più di altri. Ciò dà vita a effetti che in alcuni casi costituiscono veri e propri paradossi. Talora il timore di restare vittima di un crimine ha fondamenti concreti ad esempio nel caso delle violenze sessuali, un tipo di reati rispetto ai quali gli uomini sono e si percepiscono meno vulnerabili, mentre le donne vi sono e si percepiscono più vulnerabili.

Altre percezioni, invece, sono paradossali. I giovani, che secondo gli studi in materia hanno maggiori probabilità di subire reati, manifestano meno timore rispetto agli anziani che, invece, vi sono “oggettivamente” (per stile di vita, numero di opportunità ecc.) meno esposti. Analogamente, i residenti nelle zone centrali della città, anche in quelle dove ha luogo un elevato numero di reati, manifestano meno timori dei residenti nelle zone periferiche, in cui pure i reati sono proporzionalmente meno numerosi.

Infine, il paradosso più macroscopico è costituito dal rapporto inverso che emerge tra la gravità della violazione (lungo uno spettro che va dai crimini più gravi ai semplici atti di inciviltà) e il numero di coloro che manifestano il timore di rimanerne vittime.

Distinguendo tutti i tipi di violazioni in tre categorie (illegalità “grande”, “media”, “piccola”), è possibile ipotizzare che i delitti della prima categoria, quelli “eclatanti” che occupano le prime pagine di giornali e telegiornali e ispirano simil-processi nei talk show, tendenzialmente non sono temuti da “nessuno”, proprio in virtù della loro portata estrema. Anche l'altra articolazione della “grande illegalità”, quella collegata alla criminalità organizzata, può costituire un profondo fattore di preoccupazione civile specie per la parte più consapevole delle popolazioni coinvolte, mentre lo è meno come percezione di una possibile vittimizzazione. In paragone sono più numerosi coloro che temono una minaccia indiscriminata come quella rappresentata dalla “media” illegalità dei reati predatorî (borseggi, scippi, furti in appartamento ecc.), la quale tende a prendere come bersaglio la gente comune. Ma il massimo numero di persone coinvolte nella percezione di insicurezza è quello causato dalla “piccola illegalità” degli atti di inciviltà. Tale concetto, sociologico e non giuridico, comprende comportamenti che spesso non configurano neppure un reato ma che, nondimeno, sono molesti agli occhi della maggioranza delle persone che vi entrano in contatto.

È così che, contraddicendo il consolidato principio di civiltà giuridica secondo il quale ciò che rileva è la trasgressione della norma e non lo status del trasgressore, la tolleranza sociale nei confronti degli atti di inciviltà è inversamente proporzionale all’appartenenza interna o esterna dell’attore che li compie. Passando dalla massima tolleranza alla minima, gli autori di atti di inciviltà possono essere distinti, a seconda della loro posizione di “interni” o “esterni” anzi “estranei” alla società, in tre categorie caratterizzate da un rango sociale decrescente: gli insider; gli outsider temporanei; gli outsider permanenti

In ossequio al peso che lo status dei responsabili riveste nell'atteggiamento sociale dedicato alle violazioni, la maggiore tolleranza relativa viene riservata agli insider, cioè ai “normali” cittadini, autori più o meno occasionali di quelli che un dirigente della Polizia municipale definì in un’intervista “le malefatte della gente perbene”. Ad esempio, tra gli atti di inciviltà più spesso menzionati nei sondaggi di opinione in riferimento ai problemi delle zone centrali delle città vi è l'insudiciamento di strade e giardini ad opera dei cani, mentre assai meno vengono citati i ben più gravi abusi edilizi e commerciali, perpetrati molto spesso da (apparentemente) rispettabili cittadini. sottocategorie. Da un lato vi sono quelli che sono outsider su base temporanea, i quali sono outsider durante una fase della propria vita – i giovani. Dall’altra, quelli che outsider lo sono su base duratura – gli emarginati. Ad entrambe le categorie vengono addebitati comportamenti più o meno significativamente devianti, quali gli usi impropri degli spazi pubblici, gli atti di vandalismo, la partecipazione a risse ecc*. Peraltro la censura sociale è inegualmente distribuita tra queste due categorie, essendo riservata soprattutto agli outsider duraturi (immigrati, nomadi, homeless, prostitute ecc.), cui vengono imputati atti di inciviltà quali l’accattonaggio, la prostituzione, il vagabondaggio ecc., oltre che attività propriamente criminose.

In particolare, in alcuni strati della popolazione il pregiudizio contro gli stranieri si alimenta dell’ostilità suscitata da atti incivili e/o illeciti (veri o presunti) con l’inconfessata aggravante che essi vengono commessi ad opera di soggetti percepiti come estranei. Invece, nel caso degli outsider temporanei – tipicamente i giovani – gli stessi cittadini, che vivono come una provocazione insopportabile le devianze più o meno gravi riconducibili agli immigrati, sono disposti a esercitare maggiore indulgenza nei confronti di comportamenti analoghi riconducibili a soggetti che in definitiva appartengano alla medesima società.
 

2. Mercato e politica di fronte alla “minaccia” degli immigrati

A questo punto l’interrogativo a cui rispondere è il seguente: a chi fa appello e chi è destinato a raccogliere la domanda di sicurezza/incolumità avanzata dalla collettività?

Come in altri ambiti della società moderna, anche il bene sicurezza ha di fronte a sé due regolatori: il mercato e lo stato.

Per quanto riguarda il mercato, in tema di sicurezza/incolumità le funzioni che tale entità è in grado di svolgere sono limitate. Le soluzioni private disponibili in questo ambito, infatti, presentano un vincolo: quanto più sono sviluppate tanto più sono esclusive (dal minimo della porta blindata per la propria casa, passando per i sistemi di allarme e di videosorveglianza, fino ad arrivare alle gated communities, aree fortificate e vigilate per residenti ricchi).
 
L’esito finale è che tali soluzioni sono in grado di alleviare l'insicurezza di una parte (i pochi che possono permettersene l'acquisto) ma certo non del tutto (la collettività in quanto tale). Presso quest'ultima, anzi, gli strati sociali che sono esclusi dalle tutele consentite dal mercato vedono acuire la propria sensazione di insicurezza. 

* Al contrasto di tali comportamenti è dedicata la stragrande maggioranza delle ordinanze dei sindaci consentite dal D.L. 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), poteri peraltro giudicati illegittimi dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 115 del 4 aprile 2011. Per un approfondimento degli aspetti giuridici delle ordinanze sindacali, v. Pajno, 2010; Galdi e Pizzetti, 2012; per i contenuti, v. Cittalia-Anci, 2009

 
Per quanto riguarda poi lo Stato, lo stesso teorico del mercato, Adam Smith, aveva visto con chiarezza che soltanto l’entità statale è in grado di garantire la sicurezza all’insieme della collettività. Nella sua forma democratico-rappresentativa, le risorse destinate alla sicurezza interna ed esterna vengono (come per ogni altra funzione) gestite e le decisioni assunte dai rappresentanti politici eletti. Le responsabilità che i leader hanno nei confronti dell’opinione pubblica e di tutti i cittadini sono imponenti, e frequente è la tendenza ad abusarne.

Tra i leader politici, a fronte di quelli che si sforzano di affrontare il delicato tema della sicurezza in maniera responsabile e razionale, altri non esitano a ricorrere – specie in momenti topici come le consultazioni elettorali – alla demagogia dell'allarme.

Secondo una collaudata procedura, una simile demagogia mobilita le ansie individuali e collettive contro l'“altro”, il diverso per antonomasia, cioè lo “straniero”, come un secolo fa aveva individuato lucidamente Georg Simmel (1998), esponente di una minoranza discriminata quale quella ebraica. Destinatari dell'allarme sono oggi non soltanto i soggetti che – come gli autori di atti terroristici o criminali – adempiono fondatamente il ruolo di nemici, ma anche soggetti ai quali viene applicata un’accusa generalizzata di minacciosità, come appunto gli immigrati. A costoro infatti vengono imputate, in un crescendo di gravità, modalità di agire (o piuttosto in realtà di essere) che attenterebbero all'equilibrio della società di accoglienza dal punto di vista
economico, sociale e politico.

Dal punto di vista economico gli ambiti di accusa sono due: il mercato del lavoro e il welfare. Per quanto riguarda il primo, gli stranieri sono trascinati sul banco degli imputati per fare concorrenza ai cittadini autoctoni, anche se si tratta di un’imputazione largamente inconsistente (situandosi la quasi totalità della forza lavoro immigrata a un livello occupazionale e salariale basso, poco o per nulla appetibile) e in effetti gli studi in materia mostrano che essa è limitatamente condivisa dall'opinione pubblica italiana.

Più diffuso, invece, l’addebito relativo al secondo ambito, in base alla quale gli stranieri fruirebbero, in misura sproporzionata al loro apporto fiscale e previdenziale ecc., dell'assistenza pubblica (in particolare nel cruciale settore della sanità).

Dal punto di vista sociale, poi, una retorica utilizzata dai demagoghi, è quella che fa appello all'identità culturale locale (dimensione che per alcuni ha sostituito quella nazionale) secondo cui gli stranieri la snaturerebbero con la loro stessa presenza, portatrice di valori, atteggiamenti, comportamenti differenti, o addirittura antiestetici.

Ma l’epicentro della retorica dell’allarme è costituito dalla legalità, in riferimento alla quale l'opinione pubblica italiana viene costantemente bersagliata con toni e contenuti tra i più pesanti fra quelli registrati in ambiti nazionali paragonabili al nostro, innanzitutto in Europa.

Quelle che uno studioso britannico ha definito le campagne di “panico morale” (Cohen, 1972), lanciate negli anni 2000 in Italia sul tema immigrazione, hanno toccato il culmine in occasione delle consultazioni elettorali, soprattutto (non casualmente) a livello locale. Nel 2008 il decisivo “duello” in occasione delle elezioni comunali di Roma tra il centro-destra e il centro-sinistra è stato impostato e vinto dal candidato sindaco Alemanno, a partire da una serie di tragici episodi di cronaca nera che avevano scosso la Capitale, grazie alla parola d’ordine della sicurezza a fronte della minaccia degli stranieri che delinquono.

Nel 2011 contenuti analoghi e toni altrettanto veementi hanno caratterizzato a Milano la campagna elettorale tra i candidati sindaci Pisapia e Moratti. Cavalli di battaglia del centro-destra, la minaccia rappresentata dai Rom e dall’Islam. Nel primo caso il candidato di centro-sinistra è stato accusato di voler concedere ai nomadi “l'autocostruzione”, trasformando la seconda metropoli italiana in una “Zingaropoli”. Nelle parole del vice-sindaco uscente De Corato: “Dietro l’ambigua parola «autocostruzione» […] l’estrema sinistra vorrebbe dire che intende dare case e cascine ristrutturate a tutti i rom abusivi” (il Giornale, 22 maggio 2011). A seguire, l’accusa formulata dal presidente del Consiglio pro tempore Silvio Berlusconi di fare di Milano una “città islamica”, autorizzando l'edificazione della moschea cittadina. Come ha spiegato la candidata sindaco del centro-destra, “«La città dell’Islam», voluta dal candidato sindaco di Milano per il centro sinistra, Gianluca Pisapia, sarebbe un nuovo crocevia del terrorismo” (il Giornale, 19 maggio 2011).

La minacciata costruzione di una moschea rappresenta un evergreen della retorica dell’allarme, grazie alle suggestioni che l’immagine è in grado di evocare. È da osservare come concetti e termini pressoché identici a quelli impiegati a Milano fossero stati utilizzati già a Roma nel 2007 per sventare (con successo) l'ipotesi dell’edificazione di una moschea nel quartiere romano dell'Esquilino, a forte presenza di immigrati. In quell’occasione l’on. Francesco Storace aveva dichiarato: “In un quartiere già infestato dalla strabordante invasione di stampo cinese, ora nasce […] un nuovo luogo di culto [islamico] che ospiterà chissà quanti fondamentalisti […] Quanti altri imam devono predicare terrorismo in Italia?” (La Repubblica, 22 agosto 2007, corsivo nostro).

 
3. Tra la Scuola dell’obbligo e il Pronto Soccorso: come le istituzioni pubbliche creano sicurezza senza saperlo

Nel complesso rapporto che si stabilisce tra migranti e paese d'accoglienza, risultati quali l’inclusione, la cittadinanza, la legalità sono per lo più frutto di scelte politiche intenzionali. In alcuni casi, tuttavia, risultati positivi maturano in seguito a
processi non intenzionali.
 
Il mercato e la società, ad esempio, in quanto esito dell’interazione di una miriade di attori e di fattori, sono sistemi non intenzionali; e tuttavia ciò non impedisce che l’uno e l’altra diano talora vita a fenomeni dotati di funzionalità. Un esempio di ciò è la sorta di divisione del lavoro in tema di immigrazione realizzatasi di fatto in Italia nell’ultimo ventennio lungo l’asse territoriale Nord-Sud.
Da un lato un Mezzogiorno destinato ad assorbire l’urto delle “ondate” migratorie specializzandosi nella gestione “umanitaria” (ieri la Puglia meta di albanesi, oggi Lampedusa meta, quando viene raggiunta, di africani e maghrebini). Dall’altro un Nord deputato a ricevere e utilizzare l'immigrazione (crisi permettendo) nel sistema produttivo.

Nel caso del sistema politico, invece, l’intenzionalità è presente in decisioni deliberatamente assunte dai governanti e in comportamenti formalmente prescritti per gli esecutori amministrativi. E tuttavia anche in un ambito come quello politico dominato dall’intenzionalità possono verificarsi – in particolare nella fase dell’implementazione – “conseguenze inattese”.
 
Contrariamente a quanto viene descritto nella maggioranza degli studi sociologici che utilizzano questa categoria, nei due casi cui accenneremo le conseguenze inattese non presentano un segno negativo, bensì positivo.

In un periodo storico come l’attuale, in cui è di moda demolire (non solo metaforicamente) il sistema pubblico, qui intendiamo valorizzare la significativa funzione di inclusione svolta dalle istituzioni pubbliche, in particolare da due di esse.
 
A differenza di quanto fa il diritto amministrativo, non le guarderemo in quanto articolazioni dell’esecutivo, deputate alla mera attuazione delle decisioni e delle policy he esso adotta. Piuttosto, vedremo le istituzioni pubbliche come organizzazioni, cioè come attori dotati di proprie caratteristiche strutturali e simboliche e di specifiche logiche d’azione.

Inizialmente Philip Selznick (1976) fondatore della sociologia delle organizzazioni, definiva queste ultime strumenti sì, ma “strumenti recalcitranti di zione”. Successivamente l’attenzione degli organizzativisti si è spostata sui membri ell’organizzazione, la cui autonomia è stata letta non come semplice resistenza alle regole e ai comandi ufficiali ma come risposta dal basso, a domande provenienti dall’ambiente. In questo senso Argyris e Schon (1998) hanno parlato di “organizzazione che apprende”.

In Italia la debolezza della leadership politica e i limiti della funzione dirigente nel sistema pubblico lasciano una certa autonomia alle singole istituzioni. Se ciò in alcuni casi determina conseguenze critiche rispetto al conseguimento dei fini, in altri ne determina, inaspettatamente, di positive.

In riferimento all’inclusione degli immigrati come contributo alla sicurezza, in Italia si assiste a un altro paradosso. Quello secondo cui le istituzioni e le politiche preposte all'inclusione (o, con termine tradizionale, all’“integrazione”) dei migranti hanno funzionato raramente, mentre hanno funzionato più frequentemente le istituzioni e le politiche preposte ad altro.

All'appuntamento con il fenomeno globale delle migrazioni, che in un trentennio ha modificato radicalmente il nostro da paese di emigrazione a paese di immigrazione, la classe politica si è presentata impreparata nella prima fase e con un atteggiamento ideologico e strumentale in quelle successive. In tema di restrizioni alle politiche migratorie si pensi, per citare un unico esempio, alle decurtazioni dell’ultimo governo Berlusconi nelle funzioni di accoglienza.
 
Tali misure hanno l’effetto di penalizzare proprio i soggetti più “includibili” quali le famiglie, le donne, i minori (vincoli nei ricongiungimenti, divieto di matrimonio per coppie irregolari, difficile acquisizione della cittadinanza) (Morozzo della Rocca, 2010). Di converso, una strategica funzione di inclusione sociale è stata attivamente esercitata da due istituzioni tra le più criticate da certa politica e dai mass media: la sanità e la scuola.
Attualmente sanità e scuola vengono colpite dai tagli alla spesa pubblica indotti dalla crisi economico finanziaria e, indebolite all’interno dall’opportunismo e/o insipienza di non pochi tra i loro stessi esponenti, finiscono con il rappresentare il bersaglio privilegiato di campagne ideologiche e mediatiche sempre più ggressive.

Nei fatti, invece, il sistema sanitario nazionale e il sistema scolastico pubblico (soprattutto a livello dell’obbligo, dove nel 2008-09 i minori stranieri costituiscono il 7% degli scolari, ormai in linea con la proporzione degli adulti nel complesso del Paese) hanno offerto e continuano a offrire un’efficace sede di accoglienza e socializzazione per grandi numeri di individui e di famiglie in cerca di lavoro e di dignità. In un quadro i politiche migratorie spesso caratterizzato da incoerenza legislativa, impreparazione culturale, insufficienze organizzative, queste due istituzioni hanno contribuito strategicamente all’inclusione e alla coesione sociale senza che nessuno gliene abbia affidato il compito (per non parlare delle risorse). Semplicemente, adempiendo un mandato che, nella tradizione del Welfare nato e sviluppatosi in Europa, si fonda sull'assunto universalistico di dare cura e istruzione a tutti.

La capacità mostrata dalla sanità e dalla scuola italiana di includere (nel complesso) gli stranieri, configura un caso insolitamente positivo di “conseguenza inattesa”. Felicemente l’istituzione scolastica e quella sanitaria, deputate al conseguimento di specifici obiettivi tematici, hanno finito per conseguirne anche altri “fuori tema”, cioè non dovuti e non previsti.

Per un caso recente, cfr. il sostanziale fallimento dei corsi di lingua italiana per adulti previsti dal Piano per l’integrazione nella sicurezza “Identità e incontro”, annunciato dal governo nel 2010. L’attenzione che qui proponiamo nei confronti di queste due istituzioni non significa in alcun modo che esse siano sole nell’inclusione degli immigrati in Italia: è infatti da ricordare il significativo ruolo di altre istituzioni, appartenenti sia al settore pubblico (Enti locali, finché ne hanno avuto la capacità finanziaria), sia al Terzo settore (sindacati, associazioni laiche e religiose, Caritas, ecc.).

 
È decisivo sottolineare che ciò è accaduto non per caso, ma grazie all’intrinseca natura di queste istituzioni. Infatti, il segreto del successo dell'inclusione sociale favorita da istruzione e sanità pubbliche in Italia risiede nel carattere universalistico della prestazione, così come delle organizzazioni che le producono. Scuola e ospedale offrono educazione e assistenza tanto al cittadino straniero quanto a quello autoctono, senza distinzioni. Non chiedono la cittadinanza italiana né chiedono, in caso di cittadinanza straniera, a quale titolo la persona appartenente a quest’ultima categoria si trova sul territorio italiano: l’ammettono all’interno dell’organizzazione e forniscono loro il servizio come fanno con tutti gli altri.

In tale contesto merita di essere ricordato il brillante caso di intelligenza organizzativa rappresentato dal tesserino STP (Straniero Temporaneamente Presente).In questo documento, autoprodotto e rilasciato dal singolo ospedale, l’immigrato dichiara di avere diritto all’assistenza sanitaria gratuita in quanto privo di risorse economiche sufficienti, come pure (ma è opzionale) dichiara di chiamarsi con un determinato nome e cognome. Non meraviglia quindi l’ondata di proteste sollevata tra medici e insegnanti dal c.d. “pacchetto sicurezza”. L’emendamento della L. 94, 2009, presentato dalla Lega Nord e approvato dal Senato il 5 febbraio 2009 imponeva di denunciare come penalmente perseguibile l’immigrato irregolare che ricorre alle prestazioni della struttura sanitaria e di quella scolastica. Tale misura, poi cassata dalla Camera, contemporaneamente violava la deontologia dalle professioni interessate e si poneva in rotta di collisione con le culture e le pratiche di organizzazioni che traggono legittimizzazione dal concetto di assistenza.

Oltre che nel contenuto del servizio erogato (che ovviamente mantiene la sua importanza), il processo di inclusione rappresenta un effetto collaterale delle modalità egualitarie dell'erogazione stessa: è questa eguaglianza di cittadini nazionali e stranieri di fronte alla fruizione dell’istruzione (o della cura) che agisce nel senso di includere i secondi. Questo aspetto (fortemente osteggiato da soggetti politici localistici e xenofobi) è invece particolarmente apprezzato dai destinatari (gli immigrati, appunto) proprio perché è una conseguenza inattesa. Come hanno mostrato vari studi sociologici effettuati negli Stati Uniti (ad esempio sul servizio militare volontario quale ascensore sociale per i giovani afro-americani), i provvedimenti più efficaci a favore dei gruppi sociali deprivati sono quelli di portata universale rispetto a quelli di portata particolare, spesso avvertiti come stigmatizzanti. Insomma, è più probabile che il ragazzo appartenente a una minoranza partecipi volentieri a un’attività che fanno tutti gli altri (come andare a scuola), piuttosto che a un’attività che fanno unicamente quelli della sua minoranza (come frequentare il centro di assistenza sociale per figli di immigrati).

Questa ad esempio, era l’esperienza degli italiani quando a emigrare eravamo noi, come nella Little Italy di Boston descritta negli anni ’40 da William F. Whyte (1968). Se i demagoghi non hanno memoria, a volte l’intelligenza collettiva trova rifugio nelle istituzioni.
 

4. Osservazioni conclusive

Quanto abbiamo osservato non significa in nessun modo che il sistema pubblico – specie al livello che è più a contatto con il cittadino come quello locale – non debba progettare ed essere messo nelle condizioni di realizzare efficaci programmi per l’inclusione degli immigrati e per la sicurezza dei cittadini. Piuttosto significa che tali programmi hanno tanto più probabilità di successo quanto più si inseriscono in un contesto di welfare universalistico le cui istituzioni perseguono il benessere la coesione sociale di tutti coloro che si trovano sul loro territorio.

Quanto ai paradossi della sicurezza/insicurezza percepita, essi evidenziano come sia cruciale la dimensione soggettiva nell'elaborazione degli atteggiamenti e dei comportamenti dei cittadini e come sia necessario bilanciarli con azioni positive. Che gli uni e gli altri possano in più casi definirsi “irrazionali”, nulla toglie al loro peso sullo stato del mondo. Ciò, che è spesso stato vero storicamente, lo è con particolare forza in una società che, come quella fondata sul mercato, è caratterizzata da un incomprimibile soggettivismo. Si tratta di una tendenza i cui effetti sono ambivalenti. Da un lato si sviluppano in essa spirito di intrapresa, crescita dei diritti umani, pluralismo culturale e politico. Dall’altro si sviluppano anche un individualismo, un’atomizzazione e un particolarismo che, privi di contrappesi spontanei (sociali) e regolativi (pubblici), rischiamo di aprire la strada a una crescente anomia e, nel più critico dei casi, a possibili involuzioni politiche.

 
Bibliografia

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