VIII EDIZIONE - TESTI OPERE VINCITRICI 2015/2016

PREMI  FUORI  CONCORSO

Foto di Vincenza Salvatore (http://www.vs-vincenzasalvatore.com/)


per avere dato lustro alla letteratura italiana con la sua attività di poetessa, scrittrice, giornalista e docente universitaria.

Biancamaria Frabotta è docente di letteratura moderna e contemporanea all’Università  La Sapienza  di RomaÈ autrice di saggi, opere di critica letteraria, un romanzo, opere teatrali e radiodrammi. Ha curato l’antologia di poesia femminile italiana Donne in poesia (Savelli,1976) e l’antologia di saggi e testi poetici Poeti della malinconia  (Donzelli, 2001). Ricordiamo tra le sue raccolte:  Il rumore bianco (Feltrinelli, 1982),  La viandanza (Mondadori 1995), con cui ha vinto il Premio Montale, La pianta del pane (Mondadori, 2003), Da mani mortali (Mondadori, 2012).

Motivazione

Ci è particolarmente gradito attribuire a Biancamaria Frabotta,  nell’anno in cui lascia l’insegnamento universitario, questo premio alla carriera perché ci sembra, in questo modo, di dare voce alle migliaia di studenti che sono passati nelle sue aule e che ora sono diventati giornalisti, poeti, critici, professori, e dirle grazie per avere saputo trasmettere cultura e amore per la letteratura a tanti giovani; perché ci sembra di interpretare il sentimento dei tanti poeti che hanno trovato nella sua opera un momento importante di riflessione, di incoraggiamento ad approfondire e di stimolo ad innovare il linguaggio poetico; perché, infine, ci pare di interpretare il sentimento delle donne che hanno trovato in lei un punto di riferimento, un cantore della loro dignità e della loro bellezza.
La poesia di Biancamaria Frabotta non è facile né rassicurante, scava dentro il mondo, le sue contraddizioni, le sue ingiustizie, e cerca una soluzione, una via, un modo per rifiutare la rassegnazione e la banalità. Come tutti i grandi poeti rappresenta un pungolo, non fuori ma dentro la società e le sue lotte, voce alta che accompagna il volgersi del tempo e cerca di aprire  prospettive, liberare le coscienze dal conformismo e dare dignità e corpo al presente. 


Correndo a grandi passi
mai si voltava indietro
la ragazza di cui parlo.
Soffiata via lungo campi, prati, siepi
e dietro, una cagnetta
con una frezza bianca
che faceva pensare a una storta luna
sorta sulle colline dove vanno sole
Stefi e Luna, in negligenza serena
bighellonando ovunque
oltre le vie dell’ora.
Finché, dalla strada d’asfalto,
spuntò lui dondolando la testa
nel gesto risoluto e solito
degli amori non immaginari.
Luna diventò madre in un prato
incolto, dal nome poco noto.
Stefi, sola, posa da sposa
in nostra compagnia.

***
Quando non ci sei
è più facile lasciare il letto
e il debole biancore dei sogni.
Disertando punta in alto
lo sfrontato pettirosso.
Nell’aria che lo risucchia
vibra come una vena
che si va svuotando
il filo dove s’era posato.
Trapela nella camera oscura
come l’intelligenza nel cuore.
Illecita, ingannevolmente stanziale.
Chinata sulla sua metà in ombra
sul fianco di una panca
la faccia girata a non guardarsi
in un confuso abbracciarsi di gambe
come fosse questa l’ultima notte
per dormire insieme
non il mio sonno senza sollievo
ma il nostro che non ha rimorso.
 da “Mani mortali” – Mondadori



VINCENZO LUCIANI
Premio speciale alla carriera
per il costante impegno   nella diffusione della poesia dialettale e nella salvaguardia delle lingue minori


Motivazione

Vincenzo Luciani ha dedicato larga parte della sua esistenza al servizio della comunità e del territorio, facendosi promotore di iniziative per la salvaguardia delle lingue minori e dei dialetti locali, tra cui la fondazione della rivista “Periferie”, del Centro dialettale ‘Vincenzo Scarpellino’ e dell’omonimo premio letterario. E’ altresì ideatore di due tra i principali premi dedicati alla poesia dialettale: il Premio Ischitella-Pietro Giannone e del premio “Salva la tua Lingua Locale”, patrocinato dall’Umpli, che si svolge annualmente in Campidoglio. Parallelamente è stato costante il suo impegno  per la salvaguardia dell’ambiente, l’istituzione di parchi pubblici cittadini, e la difesa del territorio dal degrado e dalla speculazione edilizia. Poeta in lingua e in dialetto garganico tra i più raffinati della sua generazione è stato accolto nelle principali riviste e antologie del settore. 

Raffaele ch'è stato alla Germania
Raffaele ch'è stato alla Germania
serrando i denti al gelo e alla fatica
per un pezzo di terra ed una casa,
con il fiele nell'anima invidia
l'operaio tornato da Torino:
con la seicento usata
mafiosamente gira per le strade.
(Fosse rimasto al paese
se la sarebbe sognata
la macchina).
Lui troppo presto tornò;
la nostalgia lo vinse del paese
così tanto lontano.
Affanculo la nebbia e la Germania!
E guarda torvo milanesi,
torinesi e germanesi:
si vergognano, adesso, del paese,
lo disprezzano e parlano impolito,
si vantano di case e di milioni.
E andarono lontano a mangiar nebbia,
le pezze al culo e le valigie di cartone.

I radeche piccenenne

A li cristiane, i nemale, i case, i cose
ji nun m’attacche cchiù. Ji u sacce quante
jè amare e dole pu lassalle ntronche,
e a pedda mia jè fatte cume a nu tronche
de mènele. Jè inùtele che allisce,
jsse raspuse jè, nun ce fa stregne.
Forse sarrà pecché (tempe jè passate,
ma ’n mmente m’jè rumaste cume inchiuvate)
i ràdeche piccenenne che m’hanne sciuppate,
tant’jè state u delore, so’ seccate:
terre ddove affunnà nun vonne canosce.
*
Le piccole radici – A persone, animali, case e cose / io non mi lego più perché so quanto / è amaro e duole poi troncare tutto. /  La pelle mia è diventata un tronco / di mandorlo. Ogni carezza è inutile, / sempre ti graffia e non si vuol far stringere. / Forse sarà perché (tempo è passato, / ma in mente il ricordo è così inchiodato) / quelle radici piccole strappate / per il troppo dolore son seccate: / terra in cui affondare più non cercano. 

(Da Frutte cirve e ammature, ora in Tor Tre Teste ed altre poesie, Ed. Cofine, Roma) 2005)



SEZIONE POESIA EDITA


GHEORGHE VIDICAN   
1° Classificato con il libro “3D” – Ed. CFR – 
(traduzione di Gabriella Molcsan, Annamaria Ferramosca, Tatiana Ciobanu, Elena Todiras)

Il volume 3D, primo libro tradotto in Italia di questo autore tra i migliori della Romania, offre al lettore una campionatura del percorso articolato e fecondo di una parola e di una versificazione in continua metamorfosi, in testi che si evolvono, da strutture canoniche a più mosse campiture di versi in cui i nessi sintattici si disarticolano veicolando un immaginario tutto contemporaneo e postmoderno che si coglie per lacerti desultori e per libere associazioni di significato. La scrittura poetica di 3D attinge e parte da un repertorio di grande tradizione letteraria, in cui contesti e immagini di storia e di natura, rimbalzati sulla pagina come su uno schermo tridimensionale, ingenerano significati secondi e vieppiù sorprendenti. Poeta dalle molteplici risonanze simboliste, e dalla straordinaria memoria etnografica, rurale, antropologica ed eziologica della cultura millenaria del suo popolo, Gheorghe Vidican conferma la potenza icastica dell’immaginazione, la insopprimibile libertà dell’arte poetica, mai riducibile a mera scrittura autocompiaciuta, mai riconducibile ad un pensiero unico o a un sistema cogente ed autosufficiente. (Manuel Cohen)  



Ninge

ninge peste părul tău, femeie,
clipele iubirii ţi le strig
ai rămas sub formă de idee
ochii tăi, iubito-n mine ning.
ninge peste clipă cu-aşteptare
peste floare ninge cu-adevăr
ai ucis cu cântecul o floare
doamnă, dintre florile de măr.

*

ninge, iubito, ninge privirea
cuvintele mele toate-s ninsoare
a rămas troienită iubirea
într-o formă neştiută de floare.
ninge, iubito, ninge plângând,
iubirea-ascunde cuvintele toate
ai rămas, iubito, în mine ningând
un fel de ninsoare în şoapte.
(pag. 17, Tratatul de linişte, Brumar, Timişoara, 2006)


Nevica

nevica sui tuoi capelli, amata,
ai tuoi attimi d’amore grido
sei rimasta come un’idea
gli occhi tuoi mi nevicano dentro.
nevica sugli attimi d’attesa
nevica la verità sul fiore
hai ucciso un fiore con il canto
donna che stai in mezzo ai fior di melo.

*

nevica amata nevica il tuo sguardo
le mie parole tutte sono neve
resta sepolto dalla neve amore
in una forma sconosciuta al fiore.
nevica amata nevica piangendo,
amore copre tutte le parole
mi sei rimasta dentro nevicando
come un lieve sussurro della neve.
(pag. 17, Trattato del silenzio, ed. Brumar, Timişoara, 2006)



ROSSELLA  RENZI 

2° Classificata con il libro “Il seme del giorno” - L’arcolaio


Lo squisito taglio esistenziale della poesia di Rossella Renzi si smarca da tanta lirica di marca ombelicale e di resa molto ovvia che si ha spesso occasione di rilevare. La bellezza nuda, assertiva e di resa basica del linguaggio, fanno de Il seme del giorno, un libro di calibrato gusto contemporaneo. L’eleganza sobria e raffinata di questa parola si coglie già dalla strutturazione testuale: spesso brevi sequenze di versi liberi quasi mai eccedenti l‘endecasillabo e con particolare predilezione per strofe brevi, specie quartine. Rossella Renzi sembra dare e richiedere continuamente fiducia alla parola poetica, alla sua virtù sacrale di custodire memoria di nomi e di affetti, memoria di sguardo e di futuro, come, in una confessata vocazione ‘di genere’, sembra continuamente indicare lo stigma di una identità e di una felice resistenza: “Qui resisto come una macchia / confusa, con la riga sulla pancia / che mi fa donna, lievito, radice.” (Autoritratto, p. 59)      (Manuel Cohen)





Ritratto

Ripetiamo il segno che lascia la pioggia
sulla terra, una danza scomposta di punti,
un canto disperato
per chi non ha imparato
che questo, di alfabeto.
Sono cose così, che rigano la pelle
come il vento che muove le tende
mentre tu rifinisci il mio ritratto,
e mi dici: “mamma, ti disegno il sangue negli occhi”.


I.
Parlano con le mani
con i gesti, fanno versi
fra di loro inventano un gioco
improvvisano farfalle con le dita.
II.
Certi credono che l’anima sia nel respiro
io dico che è riposta nelle mani
che stringono le pietre e le parole
che scoppiano le bolle di sapone.
III.
Un giorno prima o poi
qualcosa esploderà
un dono lento come l’albero
dentro il seme che lo tiene.
IV.
“Chi ha creato il mondo, mamma?”
Sono state le mani di un bambino
il disegno di Dio
che gioca con la palla.


CARLA  MUSSI 
3° Classificata con il libro “Il cattivo dono” – Puntoacapo 

Il titolo, a forte valenza polisemica ed ossimorica, è chiave e indicatore di una lettura lineare eppure spietata, affilata nell’essenzialità del verso, come un’arma resa aguzza dalla ragione e dalla visone delle cose. Il cattivo dono è il libro del combattimento continuo, un campo di affronto della voce, tra indole e natura, violenza di rapaci, di predatori e di impostura. O più, è un repertorio che attingendo al genere della fiaba e all’aneddoto produce un’allegoria delle attitudini e delle movenze umane: qui si affrontano la forza del male, l’oscurità delle cose e la resistenza del bene. (Manuel Cohen)





Incontro alla quercia grande

Il sentiero s’intreccia
ma la notte respira.
Mi faccio strada, accorta
se la luna appena s’intravede,
poi compare di colpo
in fondo alla radura
alta oltre i rami
della quercia più grande.
Sollevando lo sguardo mi rivedo
nella mia vera forma,
quella con cui mio padre
mi aveva costruito.
Sono io il burattino
benché di legno, appeso
al suo cappio assassino.






L’amore e l’ammirazione del grande poeta georgiano Dato Magradze nei confronti dell’Italia, couche di cultura classica, di bellezza rinascimentale e terra del cristianesimo, è un fil rouge che attraversa i motivi, i miti, i luoghi fecondi di Eco suo notevole volume tradotto in italiano. Il secondo filo o nodo che tratteggia la coordinata fondamentale, è la lettura critica, religiosa, politica e civile della storia e del dialogo tra Oriente e Occidente, tra percezione dello smarrimento e della conquista della religio, tra visioni notturne e come della percezione della violenza e delle trasformazioni nell’era globale. Libro di intensa forza drammatica, e di originale riflessione sulla Storia, sul Tempo e sul presente. (Manuel Cohen)

ALL’ITALIA

Si cancellò il tempo
e preferendo scostarsi
si rifugiò a piè pagina…
A indicare il tempo
invece delle lancette
lo segna un gabbiano
con le ali sul cielo.
Si cancellò il tempo
come un disegno di bimbo
estinto sulla sabbia
dalle onde marine.
Guizza nel marmo
finezza femminile
da pagare a vita
come grazia divina.

Si cancellò il tempo,
cessò il combattimento…
salvandosi, l’istante sconfisse il tempo
e su sette colli apparve Roma
come in una prece
il verbo “Amen”!

Si cancellò il tempo,
lo dissi tante volte…
e l’eco del tempo
mi fa fremere i polsi
come panni oscillanti al vento.

Mi fa carpire l’attimo il vino romano
e la città eterna mi concede il visto
a vagare per trattorie
con il permesso di lavoro e vitto.

A fermare l’attimo non riesco e brindo…
è piacevole sul palato il tannino;
guizza l’attimo come il pesce dalla mano
e mi lascia l’orma del tempo.

Ma un’altra orma evoco io
della Romana Grandezza
che fu in realtà
ed è rimasta in eterno.

Si cancellò il tempo;
segnalo di nuovo
la data della sua scomparsa
che mi fa fremere i polsi
come panni oscillanti al vento.

Si abitua uno al cielo di Toscana,
si abitua anche alle nebbie veneziane,
se plasma una dama a lui destinata
e non perde tempo per scegliere il tempo…

Al nord gli europei
si danno alla corsa al mattino…
e lì, sul Lago Maggiore,
l’Isola dei Pescatori
mi accoglie come un amico.

Tu, Italia, possiedi in eterno
un lasciapassare con formula
immortale di bellezza,
corre per strada un bimbo scalzo,
trascinando il sole col dito

e lo fa aggirare per vie ciottolate
a irradiar dimore e finestre,
perché si trovino di notte
le labbra innamorate.




ELENA BUIA RUTT
Menzione speciale di merito con Medaglia d’onore per il libro “ll mio cuore è un asino” - Nottetempo Edizioni 

Poema dell’amore familiare, della comunione coi figli, della preoccupazione  per il loro futuro e del tempo passa e destina inesorabilmente ogni membro della famiglia alla separazione e alla solitudine. Il cuore, pur consapevole di questo dramma, va avanti passo dopo passo, preferendo guardare ciò che è prossimo invece di ciò che è lontano e spaventa. Poesia del quotidiano, dunque, della vita insieme, dentro il lavoro, dentro la casa, che si rinchiude sopra i piccoli eventi familiari come una conchiglia. Poesia melodica, pacificatrice e struggente, che accompagna l’inarrestabile fluire del tempo e rende ogni cosa preziosa proprio in ragione della sua fugacità. (Renato Fiorito)

Per Miriam e Thomas

Io non vi vedrò invecchiare.
Non vi potrò sorreggere
quando le vostre gambe
tremeranno
per la stanchezza
o la paura di morire.
Ma forse, se per caso allora anche ci fossi,
niente chiedereste a me
che mi consumo ora
ad addomesticare il vento
che vi sferza la schiena
mentre andate a scuola.
E così mi chiedo
che cosa rimarrà
di questo amore selvaggio
di questo amore con gli artigli
conficcati
fino all’ultimo respiro
nella parola
figli.



FRACESCO LORUSSO

Menzione speciale di merito con Medaglia d’onore per il libro “L’ufficio del personale” – La Vita Felice

“L’Ufficio del personale è una raccolta poetica che, con linguaggio complesso, immaginifico, talvolta oscuro, affonda le sue radici nell’alienazione di un lavoro senza finalità e prospettive. La società è priva di un senso comprensibile e questo ha conseguenze tragiche sulla vita intellettiva, affettiva, sociale della persona, che la porta ad una sorta di desertificazione della coscienza, di annullamento della volontà. Traspare così dai versi un senso di disperazione senza rivolta, di irrimediabile frustrazione, che fa apparire ogni cosa aliena, immodificabile, vuota. La stessa ricercatezza ossessiva di complessità linguistiche e figure retoriche, presente nel poema,  suona come un rifiuto, una rivendicazione di nobiltà intellettuale che si oppone al lessico usurato e convenzionale di una società oppressiva. 


Alla base dei nostri ordini gracidi

Alla base dei nostri ordini gracidi
ci sono rami di salari amari
vite all’altezza solo dei loro disavanzi
per tutto l’acido del vino importato.
Conosciamo il nostro corpo in regola
dove da gocce di scadenze ignorate
si sono scolorite carte scolastiche
fra rientri di merce in magazzino
e un invenduto perduto tra gli annunci.

Mentre lampeggia fra i fumi

Mentre lampeggia fra i fumi
l’umore lento che si costeggia
agli improvvisi castelli inermi
cresciuti sopra i nostri fossati.
Il sapore simulato che si sparge
dai capannoni ti suona l’arrivo
trafigge gli anni e non permette
lo studio delle luci fisse dei lampioni.






GIULIO MARCHETTI
Menzione speciale di merito con Medaglia d’onore per il libro “Ghiaccio nero” - Ladolfi Editore

Il poeta dà voce alla sua solitudine con parole a lungo ripensate per un linguaggio nuovo, elaborato sulla base di insistiti ossimori che, del resto, il titolo stesso annuncia. L’effetto è una atmosfera a volte straniante, a volte coinvolgente, con punte alte di autentica poesia. Protagonista è il mistero della memoria e delle sue oscurità, celebrate con ritmo denso e efficace, ricco di invenzioni di sorprendente bellezza. Si dipana in chiaroscuro il filo esile delle illusioni, il timore del futuro, mediante un verso magnetico e coinvolgente da cui emerge il senso destabilizzante del nulla, la malinconia di  una bellezza troppo fugace. (Renato Fiorito) 


Orlo

Echi di spasimi
fingono la poesia
del dolore,
quasi allusioni
a un suicidio negato.
Tra i nostri nomi
una foglia che cade
tra il primo
e l’ultimo respiro.


Demoni

Voglio dare nuova carne
a questo scheletro,
spogliare in fretta il giorno
per vedere dove nasconde la tenebra.
Volti sconosciuti arrivano in pose nemiche,
creature al limite del declino della luce.
Il mio cuore è un giardino da bruciare.
Respiro ma senz’aria,
provo a stare lontano da me.
E tra le fiamme in delirio
ancora stringo
un sogno di carta.


IMPERIA TOGNACCI
Menzione speciale di merito con Medaglia d’onore per il libro “Là, dove pioveva la manna” – Edizioni Giuseppe Laterza 

La terra dove piove la manna è quella di Giordania e il viaggio che Imperia Tognacci vi fa è un viaggio dello spirito, intimo e reale insieme, in simbiosi con il paesaggio e la sua magia, con le oasi, il deserto, la luce e il vento. Nel suo poema gli oggetti restano oggetti ma si caricano di una valenza mistica, di un valore assoluto, di una identificazione simbiotica con la poetessa.
Il verso ha un largo respiro e si nutre di un’immensità panteistica nella quale dio si nasconde e si manifesta, ricordando per intensità lirica e comunione con la natura quelli  di Walt Withman.
Il valore del poema sta proprio in questa capacità di andare oltre l’immediatamente percepibile, per aprire spiragli mistici sul mistero e l’eterno, ma senza abbandonare la concretezza del viaggio, la sensibilità verso il dolore, l’attenzione al quotidiano. (Renato Fiorito)


Precipite il tempo: tra onde
di ritorno chiama il faro
dell’ultima frontiera.
Tutto, all’improvviso, deraglierà.
Poco importa a te, madre terra,
se sarà stata la punta
di una pietra di selce,
o la frana dei giorni su di noi,
a condurci dove ogni
cosa tace e dove l’ombra
senza memoria regna.
Si arrochisce la voce
della vita, ma non riusciamo
a spogliarci dei tentacoli delle cose,
e dell’inganno del bagaglio.
Paure infiltrate tra i reticoli
dell’avere. Lo scettro in mano
a nuovi idoli che di argilla
hanno i piedi. Infrangono
i vetri di serrati edifici
cielo, luce, verde.
Innervato nelle nostre radici,
il loro smemorato farsi,
la loro profonda intesa.
Siamo vene di vita prosciugate
dal tempo. Tu, anima, nel gravame
delle cose fatichi ad aprire
le chiuse palpebre, aneli
alla tua sorgente di luce.



PAOLA NOVARIA

Menzione speciale di merito con Medaglia d’onore per il libro “Documento d’identità”

In un linguaggio sfoltito, selezionato, moderno, ma dettato dalle più alte note dell’impostazione classica e del rigore formale, attraverso endecasillabi e settenari Paola Novaria, ci conduce lungo percorsi, gesti, quotidianità riempite di ricordi, sensazioni, profumi, malinconie, attese legate a spirale ai sogni e desideri di un corpo e un animo quasi distrattamente  legati. Atmosfere dove ogni piccolo gesto richiama l’amore, la passione infinita seppure misurata al passo dell’altro, la lentezza millenaria dell’avvicinarsi rispettoso, l’abbandono quasi erotico al pensiero, alla mente che dà e chiede, come un ramo nodoso, vincoli e fedeltà alla vita e all’oggetto d’amore. La poeta sembra aver arato la mente con le mani, annusato  l’odore dei pensieri, respirato amore in ogni stilla di questo sudato percorso, e tutto questo il lettore può  ritrovarlo  nel suo personale, condivisibile “Documento di identità”.
(Antonella Antonelli)


Grazie di poterti parlare senza
timore, di non togliermi il fiato.
Di dirmi di te come sei, dei calci
che hai preso e forse dato. Non m’importa
se non sarà domani, se non tue
saranno quelle mani. Voglio un fiore
di strada, una carezza.


Non potevi sapere
che fossi appena uscita di prigione.
Puoi leggermi in viso la carestia:
non la ritengo un’onta,
non te la nascondo. Hai braccia materne
dentro cui cingermi, occhi profondi
per guardarmi. Dell’amore conosco
le parole sublimi,
le vette più scoscese.
Tu prendimi per mano.
Non chiedermi che cosa
mi commuova, ne quanti anni abbia:
posami in grembo il viso, ch’io possa
contare i tuoi capelli. Ho pudore,
ti giuro, ho rispetto.





VINCENZO MASTROPIRRO

Menzione speciale di merito con Medaglia d’onore per il libro: “Tretìppe e Martìdde” – SECOP Edizioni

Tretippe e Martidde è un libro scritto nel dialetto di Ruvo di Puglia. Sembrerebbe incomprensibile in tempo di globalizzazione scrivere un libro in un dialetto parlato da meno di 30.000 persone se Mastropirro non si fosse posto per questa via l’obiettivo di recuperare scampoli di vita familiare, di discorsi con la madre, di radici sommerse, che altrimenti sarebbero andati perduti. Il poeta ha capito che per fare questo bisognava abbandonare l’italiano, incapace  di aderire ai suoni, alla dolcezza, al colore della fanciullezza. Sono nate cosi immagini vividissime di un mondo feroce e felice, a metà tra fiaba e incubo,  svincolate dalle accademie, dalla ricostruzione colta e affabulatoria, ma fondamentalmente artificosa che la lingua italiana avrebbe finito per imporgli. (Renato Fiorito)
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La murgia

Sapevo cercare i funghi
ma, ora la murgia non è più come una volta.
La murgia è mutata per colpa mia.
Da quando non vado più l’hanno sbancata
se la stanno mangiando.
Era un paradiso
arida e brulla in ogni stagione
era fredda ma splendida.
Lì, i pensieri galoppavano. Camminavo,
camminavo e ogni tanto sbucavano funghi.
Bellissimi, cardoncelli bellissimi.
Ero bravo a trovarli,
colpa mia, ora non vado più
e non riesco più a pensare, a cercare, a sognare.

La murge

Sapàje acchiò le funge
ma, mò la murge nan è cchjue cume na vùolte.
La murge è cangiòte pe' colpa maje.
Da quanne nan voche cchjue, l’ònne sbancòte,
se la stònne a mangiò.
Ère nu paravèise
àrede e chjtràuse in ogn’e stagiòne
ère frìéde ma bìélle.
Dà, le penzìre scappàine. Camenàje,
camenàje ed ogn’e tande assàine le funge.
Bérfàtte, cardengìdde bérfàtte.
Ère brave ad acchjàlle,
colpa maje, mò nan voche cchjue
e nan arriìésce cchjù a penzò, ad acchjò, a sennò.




SEZIONE  POESIA  INEDITA




LORIS BABBINI
1° Classificato con la poesia “Prima di cena”


Una poesia che è un atto di gratitudine. Scritta come una preghiera di ringraziamento semplice e millenaria. L’attitudine alla Humilitas, all’adesione e all’aderenza alla terra, e ad un tenersi basso nei motivi e nelle immagini, è propria del repertorio naturalistico della poesia dialettale, di cui Babbini è cultore, ma è anche afferente ad una chiara matrice sacro-scritturale: a questa infatti richiama l’impostazione anaforica del testo, come ad essa rinvia l’orizzonte simbolico: della vita e della fertilità, del sole e del grano, dell’acqua e del sale. (Manuel Cohen)

Prima di cena

Ringrazio Dio davanti
a questo piatto d’insalata.

Per il pomodoro
che in ogni fetta
mi ricorda il sole
preso al tramonto.

Per la rucola, il radicchio
e l’increspatura verde
che tanto somigliano al grano
quando il vento vi soffia dentro
e per la cipolla che affettata
mi ha fatto piangere
senza dolore.

Ringrazio Dio per il vino
che umilmente si è fatto aceto
e per l’oliva che nel suo piccolo
ha dato l’olio.

E per il mare ringrazio Dio
per il mare che nella sua
immensità ritirandosi
ha lasciato il sale.




2° Classificato per la poesia “Penso e il pensare già m’è caro”

Poesia d’atmosfera,  di pensieri notturni, impalpabili come le ombre che circondano il poeta. Unica certezza è una finestra che s’apre nel buio, traccia di un’umanità ormai dormiente. Nel silenzio della notte le forme del reale diluiscono nell’indeterminato e si confondono con i sentimenti, le consuetudini familiari e il segreto colloquio che continua ininterrotto con le persone amate, il passato e se stesso.
La poesia, dal punto di vista formale, si avvantaggia di un verso maturo e ben strutturato e di un senso dell’armonia e del ritmo piacevole e coerente.   (Renato Fiorito)


Penso e il pensare già m’è caro
se guardo oltre i vetri del mio mondo
alberi e case e nebbia
silenzio che da ogni dove
parla al mio cuore.
Tu mi prometti il troppo e il poco
ma io cerco l’abisso
la vena nera che non rimanda luce.


Una finestra ancora aperta nella notte
era dentro la notte e della notte un sogno:
attraversare i muri, le porte consumate
entrare dentro le vite che ti guardano dai quadri.
Cercarvi lì il baricentro del silenzio
cercavi una risposta,
la sola che ti aspetti
la parola smarrita che ti chiama,
un punto d’amore che ti tiene

 

 

ANTONIETTA  TIBERIA

3° classificata con la poesia “L mia anima ha fretta”

Quando i capelli si ingrigiano si insinua lentamente il pensiero della morte, ma non è un pensiero spaventoso, né triste. Malinconico si, con il presente che sfocia immancabilmente nel passato e il futuro che perde d’importanza. L’anima sembra diventare più leggera, indefinita, confusa con la natura e i ricordi. Un andare placido, dunque, un finire come cosa naturale, epilogo di una vita che ormai si può guardare di lontano cogliendone pienamente la dolcezza. (Renato Fiorito)

La mia anima ha fretta

La mia anima ha fretta
s’ingrigiano i capelli
la giovinezza cede alla vecchiaia
sempre uguale è la strada che percorro
Potrei finire il tempo in uno stagno
rannicchiata su tremule ginocchia
abbracciata a un ricordo
sguardo muto e lontano o
come serpe nell’acqua limacciosa
di un segreto acquitrino.
Nelle acque stagnanti
la fantasia continua a raccontare
frugando tra le cose ormai perdute
come un sospiro lieve nella notte
recita versi dell’inno all’amore
sussurri nei sussurri
inanellati segni alla deriva
in un pianto senza lacrime
l’evasione di un attimo
Il mattino dal buio è ormai fiorito
il dolore alla gioia si confonde
dove prima era amaro adesso è dolce
l’anima che planare non sapeva
rasserenata dondola nel nulla
distesa nella culla dei ricordi
nel silenzio invischiato di rumori
La vita è un chiaroscuro
un soffio lungo un sogno
appanna quel colore cristallino
le sue tracce disperse come nuvole
come barche di carta abbandonate
Faccio il conto degli anni…
il passo che si allenta
in nessun luogo porta
il presente dilegua
nell’ombra del passato
Se avessi avuto tempo per capire
assisa sulla sponda ad aspettare…
Se il tempo è  troppo scarso,
se è troppo tardi per ricominciare
getterò via il mio peso per volare
come un poeta, uccello senza ali
Quando la morte viene
battendo con dei tocchi di falena
lo strumento si infrange:
è il destino dell’uomo



STEFANO BALDINU

Menzione speciale di merito con medaglia d'onore  

Sedersi ai margini della notte, immergersi nella natura, confondersi con essa e abbandonarsi alla dolcezza dei ricordi. È questo un tema frequente nella tradizione poetica che però qui trova accenti lirici pregevoli, ricchezza di metafore e metonimie e una matura padronanza del verso (Renato Fiorito)

 

(le mie radici)

Capita, a volte, che io mi sieda
più in là dove le ombre se ne vanno
sazie di colori ad incontrare a notte
un acquazzone di stelle
a contare sulla punta delle dita
il tempo lasciato appassire
senza che io ritagliassi un'orma
per tornare a te.
Sarà che devo molto alla polvere
d'agosto secca tra i filari
o al profilo selvatico della menta
che io contenderei ancora ai muri a secco
un riparo, un silenzio, una goccia di sudore
ben voluta da Dio.
Capita che io ricordi con emozione
la figura alla deriva del mio vecchio
che ritorna dall'orizzonte di quella via in bilico
sul margine felice delle prime piogge di luce
a cantare come un innamorato una nenia al vento.
Da molto il mio piede non è avvezzo
agli stratagemmi delle radici innestate
nell'anima della terra
mentre la storia delle nuvole dai volti di donne
va spremendo nel solco delle pieghe del cuore
la maturità del sangue come un lampo selvaggio
scagliato sulla superficie impareggiabile del silenzio.
Ma ora che le ignote lontananze mi serrano
alle voci deposte delle cicale io cerco di irrorare
la punta delle mie radici nel suono obliquo
dei flauti, nel tempo che avanza a invadere
il chiaroscuro andirivieni di un affanno impetuoso di vento
attorno a questa terra infinita

 

CATERINA CELLOTTI

 

Magnifica poesia questa di Caterina Cellotti che con grande delicatezza e umanità osserva il dolore di una vita dietro le sbarre. Di quella vita lei intravede solo le scarpe appoggiate alle grate della cella, ma ne immagina le inquietudini, i sogni infranti e il desiderio di libertà. E quelle scarpe fatte per camminare, e che  invece sono immobili nel gelo solitario della notte “come affacciate a sorseggiare voli”, diventano per lei il simbolo stesso della prigionia e riassumono il dramma di quell’uomo, la forza dei suoi sogni, la nobiltà di un possibile riscatto. (Renato Fiorito)

 


E tornano alla mente quelle scarpe
dietro le sbarre, sopra il davanzale
come affacciate a sorseggiare voli
di gabbiani su briciole di mare.
Immaginavi d’ocra i tuoi sentieri
tra passi audaci verso rotte ardite
dove non hanno sede coni d’ombra
né muri ostili che sigillano i pensieri.
Nelle tasche invalicabili respiri
e nello zaino colmo fino all’orlo
le infinite istanze che ingombravano
i vicoli del cuore, scalpitavi
come puledro nella prateria
alla conquista di uno spazio privo
di pastoie, denso di promesse e di parole
vestite di bagliori e perle da irretire.
Ma nella corsa verso un mondo ignoto
s’impaluda il tuo volo verso il nulla.

Accartocciato ora a catturare di luce
residui, al giogo di orizzonti esigui,
là al Pendente[1],tra sbarre di geometrie
senza volto, ti dilegui nell’assenza
di crepuscoli infiniti.
Restano immobili quelle scarpe
nel gelo solitario della notte,
mentre guardi al miraggio della tua memoria.
E sogni la pietra consumata di quella
soglia che aveva favole di luna
dove ti apparteneva il nascere
del sole, il pane del risveglio,
il riso delle foglie, il bisbiglio del vento
il senso dell’andare ad altri giorni.

PAUL DE BRANCION

 

Una poesia che si apre a mondi lontani è piuttosto una rarità in un periodo in cui è frequente l’introspezione minimalista, il ripiegarsi intimista sul proprio particolare. In questa bella lirica pochi indovinati tratti bastano a disegnare con vivacità atmosfere asiatiche: un viale di Shanghai in mezzo ai grattacieli, strade debordanti di vita e di negozi, ragazze facili che assediano i turisti. Un uomo geloso picchia la sua donna; quando arriva la polizia tutti si dileguano. Sull’acqua limacciosa un andirivieni di barche porta merci da una riva all’altra del fiume. Sotto il cielo giallo pizzicano gli occhi e si respira a fatica. (Renato Fiorito)

 


1.
le fiel
en haut des skyscrapers gratte-ciel du Bund[2]
la vue est suspendue
avant
juste avant le crépuscule et l’ombre
la cloche égrenne les heures
Big ben asiatique

de très belles filles
font le siège
de tous ceux qui passent

ce soir carnaval de la nuit à Shanghaï
elles sont sapées comme des reines
rient en se couvrant la bouche
avec leurs mains

le drapeau rouge aux étoiles
claque dans le vent capital

l’eau est verte plus bas
les grands immeubles de Pudong[3]  perdus
noyés dans le brouillard acide

2.
le jaloux
a frappé la fille
sa copine
d’un uppercut
en plein visage
son nez saigne
ça pisse le blood
« t’approche pas d’elle ! »
il tombe sur l’autre
le roue de coups
lui casse sa petite gueule
de « pédé » dragueur

on cherche à les séparer
la police arrive
on s’évapore
prend la tangente
poison de l’amour
une histoire de tromperie

3.
les Chinois de l’Empire sont au bord du gouffre
le fleuve est obstrué
des centaines de bateaux utiles
chargés à ras bord transportant
charriant
cargaisons et flottements
d’une rive à l’autre
jusqu’au port
et plus loin vers le monde
au-delà des étangs
marécage
l’air au-dessus de nous ce matin
est jaune
les yeux piquent

ce serait dommage de mourir asphyxié


3 on the Bund – (traduzioe)

1.
il fiele
in cima agli skyscrapers grattacieli del Bund[4]
la vista è sospesa
innanzi
giusto innanzi il crepuscolo e l’ombra
sgrana le ore la campana
asiatico Big ben

bellissime ragazze
assediano
tutti quelli che passano

stasera carnevale notturno a Shanghai
sono acconciate da regine
ridono coprendosi la bocca
con le mani

la bandiera rossa stellata
schiocca nel vento capitale

l’acqua è verde più giù
i grandi edifici di Pudong [5]sperduti
annegano nella nebbia acida

2.
il geloso
ha picchiato la ragazza
la sua ragazza
con un uppercut
in piena volto
le sanguina il naso
piscio di blood
«non la toccare!»
s’avventa sull’altro
lo pesta di botte
gli spacca quel faccino
da «frocio» al rimorchio

provano a separarli
piomba la polizia
tutti spariscono
parte per la tangente
veleno d’amore
una storia di corna

3.
i cinesi dell’Impero stanno sull’orlo dell’abisso
il fiume è ostruito
centinaia d’imbarcazioni utili
stracolme fino all’orlo trasportano
carreggiano
carichi e fluttuazioni
da una riva all’altra
fino al porto
e più in là verso il mondo
oltre gli stagni
palude
il cielo sopra di noi stamattina
è giallo
pizzicano gli occhi

sarebbe un peccato morire asfissiati

GENNARO DE FALCO

Menzione speciale di merito con medaglia d’onore

Gennaro De Falco conferma in questa sua essenziale poesia la sua attitudine a cogliere con efficacia poetica le atmosfere dure e stranianti del paesaggio urbano post-industriale che fanno sembrare un atto di resistenza radicale perfino una carezza. (Renato Fiorito)

 



Ripeti il gesto radicale dell’inizio,
la sintesi dei corpi, materia
che sull’orlo della fine
diventa amore.
Mi chiedi un significato,
l’atto di assoluzione finale.

Brilla il gasometro
nel buio della Bovisa,
acciaio che non cede
alla parabola della trasformazione.
La tua carezza, linea verticale
che termina la notte.

 

MARIA STELLA MEI

Menzione speciale di merito con medaglia d’onore

I versi di Coppelia sono ricchi di risonanze colte: sembrano infatti attingere ed ispirarsi ad un notevole racconto di Hoffmann, e non sono digiuni di una frequentazione teatrale: le movenze del testo infatti in parte mimano la tensione drammatica e la drammaturgia del ‘teatro di parola’. L’esito è di grande suggestione, di situazione sospesa e aperta alla possibilità del dubbio, di naturale eleganza prosodico-ritmica.(Manuel Cohen)


 ….ed ogni tanto le trema il cuore
 -l'hai vista-
 di vortici riempie l'aria
 oltre gli spettatori immobili
 rotea danzando....
 lei ballerina dagli occhi di smalto
 preciso ingranaggio di piccoli pezzi,
 lei dalla pelle fredda e i capelli corvini,
 lei da sempre Coppelia.
 ….e proprio ora le trema il cuore
 -ascolta-
 umidi si muovono gli occhi
 il colore sale alle labbra
 pazzo il pensiero si popola di sogni,
 a brevi lampi le esplode la vita.
 -Ditemi-
 è un tempo di speranze questo?
 è un tempo di speranze questo?
 -chiede affannata-
 perchè alla scelta pochi attimi restano
 pochi attimi....



VALERIA RECINE  

 


C’è una pozza
infinita che
nasconde
in fondo
in fondo
la felicità.

 

GIULIA VENTURA

Menzione speciale di merito con medaglia d’onore

Tutti cerchiamo continuamente di definire noi stessi per renderci riconoscibili e dare valore e senso alla nostra esistenza. Tuttavia non sapremmo farlo con la ricchezza di metafore che usa Giulia Ventura in questa sua poesia. Quello che la poetessa ci comunica con l’insistita anafora “Io sono…  è una sensazione di fragilità, un gusto per le definizioni povere e minimaliste, ma proprio per questo tenere e struggenti, una personalità sensibile, introversa e appassionata. Immagini che ci lasciano il senso di smarrimento di un mondo privo di colori e, tuttavia, di amore per le cose semplici e di ingenua speranza. In contrapposizione al sentimento di malinconia, infatti, nei versi finali fa capolino il “vorrei” del sogno, della forza splendente dell’estate,  di ciò che ancora non è ma che potrebbe essere. (Renato Fiorito)

 


Io sono strada, strada in bianco e nero.
Sono lampione fioco di un cielo invernale.
Sono piedi scalzi pitturati di terra.
Sono scale di marmo gelide, vuote, mai calpestate.
Sono l'ombra perduta di un passante.
Sono un proiettile di pioggia che buca l'asfalto.
Io sono foglia, foglia arrugginita in bianco e nero.
Sono il volo di un uccello che scappa da una piazza.
Sono panchina vuota scaldata da vaghezze estive.
Sono l'eco di un gong ormai troppo lontano e confuso.
Sono un ricordo passato.
Sono la corsa di un treno che scappa, vuoto e straripante di silenzio.
Io sono l'oggetto che cadendo non fa rumore, non fa rumore in bianco e nero.
Sono miele morbido che cade senza arrivare mai.
Sono l'odore dell'elemosina scansata.
Sono un cavalcavia nero.
Sono muri di pietra cadenti.
Sono rumore di cancelli chiusi..
Io sono un ramo secco,
ramo in bianco e nero affacciato alle acque,
assetato,
che protende il collo verso la vita
senza riuscire ad abbeverarsi,
guarda l'acqua senza riuscire ad appropriarsene
in un girotondo eterno di torture in bianco e nero.
Vorrei.
Vorrei essere colore, colore estivo in mezzo a tante ombre,
in mezzo a tanta assenza di luce e di pigmenti morti.
Ma per adesso mi accontento...
Mi accontento di essere un bianco e nero.


SEZIONE VIDEOPOESIA



VINCENZO MASTROPIRRO  


In questi anni in cui tanti, troppi bambini sono vittime della violenze, della guerra, della povertà, della malvagità e dell’indifferenza, questo video, come un amorevole atto di riparazione, apre il suo sguardo su di loro, come un largo abbraccio, e ci dice che il primo dovere dell’uomo, la prima regola è tutelare i bambini, la loro bellezza, la loro promessa d futuro.

La video poesia + visibile al link:

GUIDO TRACANNA


La video poesia è visibile al link:

L’Aquila è ormai simbolo di città martoriata dalla durezza della natura e dall’incapacità della politica a far fronte ai bisogni.
Il video ci ricorda che essa è ancora una città abbandonata e che gli aquilani sono costretti a vivere lontano dalle loro case. La sua drammaticità ammonisce il paese a un dovere di solidarietà e di giustizia. 

MARIA GABRIELLA CONTI

3° Classificata con la videopoesia “Guarda le mie mani”
Stefano Caranti - videomaker
La videopoesia è visibile al link:
Questo video ci ricorda, in quest’anno della misericordia, che sono le mani lo  strumento per trasformare i pensieri in cose concrete. Le mani creano, le mani suonano, le mani aiutano e amano, La solidarietà si esprime con le mani, l’amore con una carezza, la misericordia con il lavoro di ogni giorno fatto a vantaggio di chi ha bisogno




[1] *Casa circondariale di Ragusa sita in contrada Pendente

[2] Le Bund (terme anglo-ourdou signifiant « rive boueuse »)1 est appelé waitan - 外灘 - par les Chinois signifiant « la berge des étrangers »Boulevard de la ville de Shanghai en Chine, il est jalonné de somptueux édifices de style européen et de banques ou de compagnies coloniales des années

[3] Pudong, ou plus officiellement le nouveau district de Pudong (新区 ; pinyin : Pǔdōng Xīn Qū), est un district de la municipalité de Shanghai

[4] Il Bund (termine anglo-urdu che significa «le rive della baia fangosa»), chiamato dai cinesi waitan - 外灘 -, ossia «la riva degli stranieri», è un viale della città di Shanghai, in Cina, costellato da edifici in stile europeo e banche o compagnie coloniali degli anni ’30.

[5] Pudong, o più ufficialmente il nuovo distretto di Pudong (新区 ; pinyin : Pǔdōng Xīn Qū), è un distretto della municipalità di Shanghai.

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